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Le tre etˆ della donna - G. Klimt
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Il bagno del bambino - M. Chagall
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Il cavallo volante - M. Chagall
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Senza titolo 1987 - K. Haring
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Bambino che gioca - P. Picasso
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Maya con bambola - P. Picasso
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Senza titolo - K. Haring
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Consulenza e psicoterapia con bambini: quando e perchè.
Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano
(Antoine De Saint-Exupéry)
Se c'è qualcosa che desideriamo cambiare nel bambino, dovremmo prima esaminarlo bene e vedere se non è qualcosa che faremmo meglio a
cambiare in noi stessi
(Carl Gustav Jung)
I vostri figli non sono i vostri figli. (...) Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi.
E non vi appartengono benchè viviate insieme. (...) Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive, sono scoccati lontano.
L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero infinito, e con la forza vi tende, affinchè le sue frecce vadano rapide e lontane (Khalil Gibran)
Nel caso di bambino da zero a due anni
Siccome esiste una dipendenza fortissima del bambino molto piccolo dai suoi genitori, i disagi che possono sorgere nel primo periodo di vita
possono essere affrontati in modo opportuno solo lavorando sulla relazione tra il bambino e i suoi genitori (ed in particolare la madre).
L'incontro tra un neonato e la sua mamma (il suo papà) è una fase delicatissima: il piccolo può comunicare con lei (lui) solo attraverso canali
non verbali (inizialmente il pianto, alcuni suoni vocali, lo sguardo, alcune azioni motorie). I suoi segnali non sono univoci (in quanto provenienti dal registro
non verbale), quindi sovente risultano non immediatamente comprensibili alla madre (al padre) che non può che leggerli attingendo dal suo mondo interiore.
Ella (egli) cerca di immedesimarsi ma, potendo naturalmente farlo solo a partire da se stessa (se stesso), interpreta i messaggi anche con alcune inconsapevoli
distorsioni. Ci sono poi ulteriori "complicazioni": per la madre (per il padre) è iniziato un processo di trasformazione come persona frutto
della condizione di attesa di un figlio e della sua nascita che comporta dei cambiamenti nell'immagine di sè. Si fanno inevitabilmente i conti in maniera
più forte che mai con l'immagine dei propri genitori come si è gradualmente andata costruendo dentro di sè, con la relazione che con loro si
è stabilita. Questo naturalmente perchè si sta diventando a propria volta genitori. In più ci si raffronta pure con lo scarto esistente tra
il bambino immaginato e quello reale che ha ritmi propri, sembianze fisiche proprie, il suo stile personale (il suo modo di piangere, di guardare, di muoversi,
di mangiare, di dormire).
Se l'esito di tutto ciò è che la madre (il padre) e il piccolo riescono a trovare una buona sintonizzazione (che è una specie di buona intesa corporea ed
emotiva; notare: sto parlando di buona intesa, non perfetta!) che si realizza attimo per attimo o che si riacquisisce allorchè la si è momentaneamente
perduta, ad esempio la regolazione corporea del neonato si costruisce su una solida base (ossia tutto fila liscio con l'alimentazione e con il sonno).
Se invece c'è qualcosa che impedisce una buona sintonizzazione (depressione post partum della madre, prevalere di un senso di estraneità
rispetto al proprio piccolo, difficoltà a tollerare l'estrema dipendenza iniziale del piccolo e il suo stato di bisogno, fatica nell'accettare la trasformazione della
propria vita che la nascita di un neonato comporta), i primi segnali possono emergere nella forma di anomalie e di difficoltà rispetto al mangiare o al dormire
da parte del neonato, di difficoltà a lasciarsi consolare, di pianto inarrestabile. Se nulla di fisico è alla base di queste manifestazioni
(nel senso che il pediatra non rileva cause organiche alla base), allora è fondamentale affrontare la problematica sul piano della relazione tra madre (padre)
e bambino. Ed è importante farlo al più presto affinchè sia il piccolo che i suoi genitori possano uscire da uno stato di malessere più o meno
profondo. In particolare per quanto riguarda i genitori, essi potranno provare senso di frustrazione, sofferenza per la condizione del bimbo e per la propria,
sentirsi incapaci o tremendamente insicuri, provare rabbia verso il piccolo.
Gli interventi rispetto a questo tipo di situazioni esitano abbastanza sovente in cambiamenti piuttosto rapidi che producono un viraggio della condizione problematica
verso uno stato di benessere sia per il piccolo che per i suoi genitori. Questo proprio perchè tali interventi avvengono in un periodo di generale
trasformazione per la madre e per il padre come singoli e come coppia e proprio perchè riguardano una persona che essendo così piccola è nel pieno
delle sue possibilità trasformative.
Quanto detto finora vale per il neonato nei suoi primi mesi di vita fin verso l'anno. Dopo i primi mesi, ed in particolare dall'uno ai due anni, alcune acquisizioni
fanno la loro comparsa se tutto procede tranquillamente: il bambino, di solito dopo aver iniziato a gattonare, comincia a muovere i primi passi, dice le prime parole,
si muove curioso nell'ambiente circostante per esplorare, interagisce con iniziativa sia con persone familiari che non. Quindi quando qualcosa non va per il giusto verso,
le manifestazioni di disagio possono assumere molteplici altre forme che si traducono in un rallentamento o in un blocco nel passaggio da una tappa evolutiva all'altra.
Nel caso di bambino da due anni circa in su
I genitori e il loro ruolo
Il coinvolgimento dei genitori è una condizione necessaria affinchè l'intervento con un bambino abbia senso.
La richiesta infatti non può che partire dai genitori, perchè possono essere solo loro a decidere di dare ascolto alle manifestazioni di sofferenza
del proprio figlio (per quanto, in alcuni casi, i genitori possano ricevere il suggerimento di rivolgersi ad uno specialista dal pediatra curante,
piuttosto che dalla scuola). Il bambino inoltre si presenta, come è naturale che sia, dipendente e influenzato dal mondo adulto circostante,
in primo luogo dal mondo familiare: un intervento che non tenga in debito conto il fondamentale e irrinunciabile apporto dei genitori è a mio parere scorretto e dannoso.
Perchè occuparsi tempestivamente delle manifestazioni
di disagio di un bambino
E' importante tenere a mente che ci possono essere degli aspetti di disagio naturali e passeggeri in un bambino che stia attraversando per esempio una nuova fase di vita.
Al tempo stesso nell'infanzia un intervento tanto più efficace quanto più è tempestivo. Questo significa che stare un attimo in osservazione cercando di comprendere
cosa stia succedendo al proprio bambino senza farsi assalire dall'angoscia è sano, se non si trasforma però in una difficoltà a cogliere un disagio
che sta rischiando di stabilizzarsi. Meglio togliersi dubbi e eventuali angosce rispetto a una certa manifestazione del proprio figlio che non fare come se nulla stesse
accadendo. E questo a maggior ragione vale per un bambino, che ha il grande vantaggio di superare le proprie difficoltà, se opportunamente supportato,
assai più velocemente e con risparmio di sofferenze rispetto ad un adulto (la cui struttura psichica è inevitabilmente meno flessibile).
Le aree di intervento con i bambini dai due anni in avanti
di cui mi occupo più comunemente
Le manifestazioni di disagio dei figli che più sovente portano i genitori a rivolgersi a me
(non sto parlando di diagnosi ma di segnali importanti di stati di sofferenza, il cui senso va compreso caso per caso) sono:
- Le paure che se protratte, assumo rilievo significativo e finiscono per limitare, l'autonomia, la socializzazione o altri aspetti della vita del bambino (paura di andare a scuola, paura del buio, paura immotivata di perdere una persona vicina, paura di una specie animale)
- Gli stati di ansia (timori eccessivi del giudizio dell'adulto e dei rimproveri, preoccupazione di non essere all'altezza, angosce di separazione)
- Le situazioni di blocco emotivo (difficoltà a esprimere le proprie risorse cognitive e affettive, inibizioni di varia natura)
- Difficoltà che coinvolgono l'alimentazione (rifiuto del cibo, desiderio smodato di mangiare, obesità infantile)
- Difficoltà che riguardano la defecazione o la minzione (encopresi, enuresi)
- Difficoltà che coinvolgono il sonno (incubi notturni, angoscia nel rimanere soli nella propria cameretta, difficoltà ad addormentarsi)
- Manifestazioni di aggressività (verso i coetanei, verso bambini di età diversa, verso uno o entrambi i genitori, verso un fratello o una sorella, verso altre figure adulte, indirizzate verso se stessi, ?)
- Difficoltà a mantenere l'attenzione (a scuola, in qualsiasi contesto, insieme ad agitazione motoria continua)
- Problemi connessi al linguaggio (ritardo nell'acquisizione della parola, tendenza a parlare come bambini di età inferiore alla propria)
- Problemi di apprendimento (ritardo nell'apprendimento della lettura o della scrittura, difficoltà rispetto alla logica, ritardo nell'apprendimento della matematica)
- Problematiche relazionali: timidezza spiccata, stati di isolamento
Ci sono poi alcune situazioni di vita che il bambino pu˜ trovarsi ad affrontare, che portano i genitori a chiedere un supporto rispetto a quella specifica fase o a quel determinato evento:
- Gelosie conseguenti alla nascita di un fratellino o una sorellina;
- Situazioni di separazione della coppia genitoriale;
- Malattia grave o morte di un genitore;
- Traumi (maltrattamenti, abusi, incidenti con effetti traumatici)
Il lavoro di collaborazione con altri professionisti
(pediatra, neuropsichiatria infantile, logopedista, psicomotricista)
Quando un bambino presenta problematiche che coinvolgono la sfera fisica o una funzione fisiologica (problemi di alimentazione, problemi del sonno, encopresi, enuresi),
la collaborazione con il pediatra curante (previo consenso dei genitori) è una condizione di lavoro che ritengo fondamentale.
Quando si manifesta una problematica neurologica (es. epilessia) o che potrebbe avere una base neurologica (es. ritardo nello sviluppo motorio), avviene un lavoro
coordinato con il neurologo o con il neuropsichiatra infantile.
Quando vi è un disturbo del linguaggio o una problematica scolastica specifica (di lettura, di scrittura), mi avvalgo della collaborazione della figura
della logopedista (esperta nella riabilitazione del linguaggio).
Quando sia necessario un lavoro sulla relazione ed un supporto all'Io in formazione, senza che sia indicata una psicoterapia,
mi avvalgo infine della collaborazione dello psicomotricista.
Il modo di comunicare del bambino in presenza dello psicologo
Il bambino si esprime non solo attraverso la parola ma anche (specie se in età prescolare) tramite il gioco ed il disegno, che divengono canali importanti
di comunicazione tra bambino e psicologo. Sia il gioco che il disegno permettono infatti al bambino di esprimere più liberamente le proprie angosce,
i propri conflitti, il proprio modo di vedere il mondo, se stessi, i familiari, i coetanei, gli altri in genere.
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